
13 Febbraio 1937. Era una fredda mattina d'inverno e una nuova alba svegliava gli uomini.
Bisognava scaldare la zuppa per nutrire il corpo e onorare al vita con il lavoro nei campi.
...la sua pancia era diventata ormai grande al 9° mese ma lei non si perse d'animo e accuditi e nutriti i piccoli con un pezzo di pane, fatto con la farina di ghiande e un po' di latte, si incamminò verso i campi, con la grande famiglia, per una giornata memorabile...e fu così...un giorno qualunque, si trasformò in un giorno unico, la madre terra offrì accoglienza alla mamma e al suo nuovo piccolo gioiello... lei si chiamava Maria e regalò al mondo un tesoro inestimabile...il piccolo Giuseppe.
Gli anni passarono intensi e pesanti sotto la voce inquitetante degli aerei militari...era la seconda guerra mondiale, violenta e brutale ma pur sempre la madre di una nuova rinascita. L'istinto di sopravvivenza era la primaria legge di vita. Fù allora che quel piccolo pastorello sperimentò la vita rendendosi resistente e tenace e inconsapevole costruiva il futuro per una nuova civiltà di uomini consapevoli
Per quel bambino la vita aveva riservato un libro speciale, un libro in bianco da poter scrivere con i fatti, un libro con su impresso “Tu sarai semplicemente speciale” ...e così è stato.
In quegli anni niente era sprecato e tutto era apprezzato; un pezzo di pane fatto con la farina di ghiande, una carezza di una mano stanca ma sempre amorevole alla sera prima di addormentarsi su un letto di fieno; una salsiccia “rubata” per placare li morsi dello stomaco vuoto; diventare responsabili a 8 anni, aiutando la mamma a mandare avanti una famiglia numerosa, sostituendo il padre che era sempre fuori per guadagnare un pezzo di pane.
Ma quanto amore e quanta poesia in questi semplici gesti. I sui piedi nudi hanno calcato la terra, le pietre, la neve e i suoi giochi erano un bastone di legno e le pecore dell'austero nonno, “Tatone”.
Proprio questa vita semplice ha permesso a Giuseppe di raccontarci oggi la sua infanzia, esprimendo nei suoi racconti una sensibilità e un amore non comuni, come quando ci racconta delle “cioce” le scarpette fatte con due stringhette e la suola di cartone, comprate dalla mamma con tanti sacrifici. Le indossava come una reliquia finchè un giorno la pioggia si è portata via la suola di cartone e il sogno di un bambino. Questa semplicità gli ha permesso di cogliere un “fiore nel ghiaccio” quel fiore che oggi è la sua anima.
Gli anni della sua adolescenza sono la risposta che se si vuole tutto è possibile e a undici anni pronuncia con estrema semplicità, chiarezza e responsabilità: ”Mamma, Papà, grazie per quello che mi avete dato, ora vado a costruirmi la mia vita”.
Da qui in poi non si è più fermato. Passano gli anni e non lascia niente al caso, ogni lavoro (i più disparati, dal panettiere, alla fonderia, alla miniera, al lavavetri e molti altri) tutto è fatto con totale impegno e rispetto.
Finalmente a 40 anni raggiunge il lato opposto del “fiume” da cui era partito: una famiglia ben nutrita, un lavoro ben avviato, benessere economico, una casa, una bella macchina...l'inizio della guarigione delle sue “ferite d'infanzia”. Ecco il punto in cui tutti diremmo:”Non gli mancava proprio niente”, ma qualcosa mancava, la guarigione di quelle “ferite” nel corpo e nello spirito; ed ecco la “malattia”, drastica, impietosa.
Al contrario di quello che sarebbe mentalmente logico, quella che chiamiamo “malattia” è stata la sua “guarigione”. Da qui in poi per 8 lunghissimi anni, Giuseppe si trova di nuovo a lottare per la vita, ma questa volta non per sopravvivere, ma per rinascere, per trovare “da solo” la “cura perfetta” custodita nelle cellule del suo cervello e nell'istinto che un'infanzia a contatto con la natura gli aveva permesso di accrescere.
Allontanando chiunque vicino a lui provasse a compatirlo con energia di disperazione, “da solo” nel silenzio della sua stanza, ha potuto sentire la “voce del suo corpo” e le sue richieste. Ancora inconsapevole gettava le basi di quella che oggi è la sua missione: aiutare chi chiede aiuto.
La prescrizione: pulire le tossine, disinfettare il sangue, ricostruire gli organi
La sua medicina: autostima e nessuna pietà per l'autocommiserazione
La sua terapia: la sua amante...la bicicletta!
All'inizio con la bicicletta da camera fino allo stremo delle forze, per lunghi mesi, poi brevi uscite da casa per lucidare la sua bicicletta nel garage sfidando “le nuvole nere” che la sua mente immaginava fuori, infine finalmente il coraggio di ritornare nel mondo, prima pochi chilometri poi sempre di più fino a farne 200 al giorno, affrontando l'incredibile sofferenza che una tale guarigione può dare: portare il corpo allo stremo delle forze, ossigenando tutte le cellule fino a svenire. “Pedalavo fino a che cascavo per terra e dormivo sotto una pianta, quando mi svegliavo ripartivo”.
E' praticamente riuscito a rinnovare tutto il suo sangue.
La sua vita riprende lentamente a fluire ed ecco la serie di incidenti in bicicletta: tre volte i femori rotti, il gomito, il ginocchio, la spalla - qualcuno sentendo raccontare questi episodi del passato, ha innocentemente commentato “Poverino!” lui è saltato in piedi “Poverino?! Ma vedi mpò do poi ì ! Quale poverino, eccomi qua” allarga le braccia e mostra un corpo che sfida la legge del tempo “Io benedico tutto quello che ho passato sul mio corpo, perchè un guaritore naturale deve sperimentare tutto su di sè!” - tutti questi incidenti lo hanno effettivamente portano a sperimentare come riabilitare il corpo.
Ed è proprio in una di queste operazioni al femore che Peppe entra in coma... l'ultima “guarigione”, per ricostruire, dopo mente e corpo, la coscienza e lo spirito e portarlo ancora più in profondità.
Passano anni di tranquillità e grande espansione nel lavoro fino al: 30 Settembre 2008 quando inizia una nuova avventura alla scoperta del corpo umano, ancora una volta sul suo corpo.
Era stata una giornata speciale quella della scuola, Peppe aveva innescato due processi di guarigione in due allievi attraverso la risata, una esplosiva e alchemica risata sparata sulla gola di Mauro e Nerina, ma lui non sapeva di aver innescato anche la sua guarigione.
La giorno dopo, durante la notte, si alza per andare in bagno, ma ormai il corpo è allo stremo delle forze e cade ma non tocca per terra, ha ancora la forza di rialzarsi e tornare a letto “Teresa, non mi sento bene” .
Due giorni dopo appare come un angelo, l'infermiera che lo aveva seguito durante l'avventura precedente e che da anni non passava più da casa sua...un caso?...si accorge immediatamente che Peppe è in pericolo di vita e si mobilita per preparare l'equipe dei medici che lo avrebbero accolto.
Peppe parte per la grande avventura, una corsa in macchina contro la morte, verso l'ospedale. Un'emorragia interna, che si trascinava, a detta dei medici da almeno due settimane, gli toglie 2 litri di sangue e come scende dalla macchina ecco due collassi cardiaci e il coma, va in sala rianimazione. In ospedale dopo soli cinque giorni, l'intero reparto è trasformato, la stanza di Peppe è sempre piena di medici e pazienti che ammirano il miracolo vivente, fare terapie a destra e a manca con tubi e tubicini in corpo, un corpo e un'anima che esplodono di di una enorme voglia di vivere.
I medici non si sono ancora spiegati come ne sia uscito vivo, lui si, “Ho attinto dalla pancia all'energia vitale, altrimenti sarei morto”.
Il segreto di tutto?
Una profonda, totale accettazione. Ha amato il suo dolore, lo ha ringraziato, per averlo portato a sperimentare ancora una volta, le risorse che ognuno di noi possiede dentro di sé e ad arricchirsi ancora di più come terapista.
Ma le sorprese non erano finite, dopo un anno intenso a ricostruirsi, ecco un altro “regalo”, il medico annuncia dopo un day hospital: “Signor Vessella, lei ha un mieloma” e Peppe risponde “Dottò, mi dica tutto, perchè se devo morire, sono io che decido come e quando”.
Altri, probabilmente, dopo anni di sofferenza, avrebbero gettato la spugna, si sarebbero arresi, abbandonandosi allo spettro della morte. Ma lui al verdetto dei dottori cosa ha fatto? Si è seduto a tavolino, lui da una parte e la sua mente dall'altra e hanno stretto un accordo per la più totale collaborazione.
Ha caricato i piedi sui pedali della bicicletta ed è partito per la sua nuova tappa, in palio: la coppa per la vita.
Fatto questo dopo pochi giorni ha invitato tutti ad una grande festa per festeggiare la malattia! I partecipanti arrivavano con aria di cordoglio, poverini, si aspettavano di doverlo incoraggiare, di sollevargli il morale, ma hanno trovato un uomo che esplodeva di trascinante vitalità ed è stato lui a rassicurare loro!
Che dire? Non ci sono parole...
Ho avuto l'enorme fortuna di seguirlo durante le visite e osservarlo in un ambiente che è noto sia abbastanza squallido e deprimente, bè, tra un reparto ed un altro, in qualunque ambulatorio andavamo mi giravo e lo trovavo a far terapia a qualche medico o infermiere, a chi il collo, a chi la spalla, il ginocchio, etc...; anche nelle sale d'attesa in cui stazionavano “anime” afflitte lui portava l'allegria e sbocciavano sorrisi.
Oggi a distanza di neanche anno, Peppe ha di nuovo stupito i medici, ce l'ha fatta anche questa volta, la malattia è praticamente finita.
Come il fuoco che brucia i campi e rigenera il terreno per un nuovo prospero raccolto, lui ha rigenerato e ricostruito il corpo, più forte e solido di prima.
Non una volta in tutta la sua vita, ha abbassato la testa difronte agli eventi, non una volta ha rinunciato a lottare, mai, consapevole che “Nessuno guarisce nessuno, ognuno guarisce se stesso” e che “Si cura l'ammalato, non la malattia”.
Peppe, è più che mai un messaggio vivente per ogni uomo, che la vita è un dono e va vissuta con entusiasmo, qualunque cosa ci riservi, alimentando quella scintilla che ognuno di noi possiede...la voglia di vincere.